Il selciato della capitale vibra sotto i passi incerti di chi ha dimenticato il sapore del pane.
Un uomo senza nome si trascina tra i vicoli di una città indifferente, cercando di mantenere la propria dignità intellettuale mentre lo stomaco nudo reclama un prezzo insostenibile.
Il cappotto logoro è l'unico scudo contro il gelo che sale dai portici, una barriera fragile tra la lucidità della mente e il delirio che scaturisce dal vuoto. Egli intreccia frammenti di orgoglio feroce in una cronaca psicologica della privazione, dove ogni moneta elemosinata diventa un teatro di umiliazione e vana ribellione sociale.
Manca il nutrimento.
Le visioni si sovrappongono alla realtà urbana, trasformando le facciate dei palazzi in labirinti dove il protagonista sprofonda in euforie improvvise, subito annientate da una depressione che scava nel profondo del suo essere. In questo vagabondaggio nelle strade di Kristiania, i passanti sono ombre fugaci che non incrociano mai veramente il suo sguardo, lasciandolo solo a misurarsi con la crudeltà del tempo e il tormento di un corpo che reclama il proprio diritto di esistere.
La mano trema mentre cerca di stringere l'ultimo frammento di una penna spezzata.
Per chi è
✔ Lettori di narrativa norvegese di fine Ottocento.
✔ Chi esplora il solipsismo letterario moderno.
Perché è diverso
L'opera scardina il modello del romanzo tradizionale sostituendo l'intreccio esterno con la deriva dei pensieri di un narratore inattendibile. L'ambientazione urbana non funge da fondale, ma diviene uno specchio deformante della degradazione fisica e morale del protagonista.
Dettagli Bibliografici
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