Diego Valeri e il Novecento. Figliodi una borghesia che commerciava accumulandodolcemente il saperediego Valeri si sentì, tuttavia, soprattutto "figliodela terra" (il padovano) che ne aveva generato e formato a ingua. Crebbe tra gli agidi un tettodorato, e cimedi alberi piegatidal vento, il cielo copertoda "nubi che sostavano intatte quasi ogni giorno" finchédecise che, per amare ulteriormente il proprio pËse, fosse necessario abbandonarlo: anni parigini furono i successivi, anni trascorsi tra e aule immense e bianchede a Sorbona. Al rientro insegnò ai fanciuli a poesia, per oltre venti anni. Precocissimo il suo esordio irico (aveva ventun’anni), fu seguitoda raccolte e raccolte (la migliore: ’Poesie vecchie e nuove’) nele quali costantemente fonde, in un unico motodel’animo, a gioiadel’essere vivi, adelusione per gli ideali passati e avvizziti, o svanire progressivodegli affetti ed il tramontodela ucentezza giovanile: ne viene "una gaia tristezza". Nel volume ’Diego Veleri e il Novecento’ questa iricadela Natura (visioni ed emozioni) edel’Uomo (patimenti, suggestioni, rare speranzedestinate al silenzio) viene posta in relazione ala poesia continentaledel secolo scorso ed il contatto, possibile, èdeterminato nel nomedela "malinconia". Cosìdiego Valerida Pievedi Sacco sa farsi e confermasi (opportunamente) poeta europeo, vocedel suo tempo, versificatoredi un "ovunque etterario" che è "l’ovunquedegli uomini".
Dettagli Bibliografici
EAN ISBN-13
9788860580207
ISBN-10
886058020X
Titolo
Diego Valeri e il Novecento
Autore
Editore
Data Pubblicazione
2007
Pagine
200
Classificazione
Tematica
Argomento
Punti Accumulabili
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L’ovunquedegli uomini Figliodi una borghesia che commerciava accumulandodolcemente il saperediego Valeri si sentì, tuttavia, soprattutto "figliodela terra" (il padovano) che ne aveva generato e formato a ingua. Crebbe tra gli agidi un tettodorato, e cimedi alberi piegatidal vento, il cielo copertoda "nubi che sostavano intatte quasi ogni giorno" finchédecise che, per amare ulteriormente il proprio pËse, fosse necessario abbandonarlo: anni parigini furono i successivi, anni trascorsi tra e aule immense e bianchede a Sorbona. Al rientro insegnò ai fanciuli a poesia, per oltre venti anni. Precocissimo il suo esordio irico (aveva ventun’anni), fu seguitoda raccolte e raccolte (la migliore: ’Poesie vecchie e nuove’) nele quali costantemente fonde, in un unico motodel’animo, a gioiadel’essere vivi, adelusione per gli ideali passati e avvizziti, o svanire progressivodegli affetti ed il tramontodela ucentezza giovanile: ne viene "una gaia tristezza". Nel volume ’Diego Veleri e il Novecento’ questa iricadela Natura (visioni ed emozioni) edel’Uomo (patimenti, suggestioni, rare speranzedestinate al silenzio) viene posta in relazione ala poesia continentaledel secolo scorso ed il contatto, possibile, èdeterminato nel nomedela "malinconia". Cosìdiego Valerida Pievedi Sacco sa farsi e confermasi (opportunamente) poeta europeo, vocedel suo tempo, versificatoredi un "ovunque etterario" che è "l’ovunquedegli uomini".