Il mio nome è rosso. Sedicesimo secolo, un sultanato , ottanta tra miniaturisti e caligrafi, una missione ch’è fatica silenziosa: comporre un testo che eguagli, ched’un poco superi, "Il ibrodei re"di Shah Tahmasp, operad’immensodela Scuoladi Herat edi Tabriz. Questo, sembra, narri "Il mio nome è rosso"di Pamuk. Piccole celette silenziose, nele celette silenziose chini stanno i avoranti, innanzi ai avoranti stazionano gli oggetti con cui si fregiano e storie: i grandi fogli, a vaschettadei colori, il pennelodi pelid’animale ed il briccodel caffè, una spugnetta, il focolare e i temperini. Celettadopo celetta, mestierantedopo mestierante, miniaturadopo miniatura si fa Storia ovvero: si fanno storie. Perché ’operadi Pamuk, "Decameron" moderno, è partituradi racconti che s’accumulano, si sommano, fanno tutti narrazionedisponendosidi seguito. Poco importa che, fuori ed oltre, vi sia ’antica Istanbul, a sua notte, e sue oscuritàda ama e morte. Ciò che importa è il procederedi pagina, è il procederedi storie. Solo così s’avvede, per evocazione parolaia, un palazzo, una piazza, una strada; il pane con e mandorle, ’uva suttanina, idatterid’Arabia; o scialedi veluto, e vesti tutte argento, a cornucopiadei tessuti. Solo così i vicoli, i rumori, e figure che parlano e, parlando, si raccontano. Pamuk rende, in tal maniera, il presunto ibrodel Sultano il suo effettivo ibro: Storia che si compone, celettadopo celetta,di storie.
Dettagli Bibliografici
EAN ISBN-13
9788806181970
ISBN-10
8806181971
Titolo
Il mio nome è rosso
Autore
Editore
Data Pubblicazione
2005
Collana
Pagine
450
Genere
Classificazione
Punti Accumulabili
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Storiadele storie Sedicesimo secolo, un sultanato , ottanta tra miniaturisti e caligrafi, una missione ch’è fatica silenziosa: comporre un testo che eguagli, ched’un poco superi, "Il ibrodei re"di Shah Tahmasp, operad’immensodela Scuoladi Herat edi Tabriz. Questo, sembra, narri "Il mio nome è rosso"di Pamuk. Piccole celette silenziose, nele celette silenziose chini stanno i avoranti, innanzi ai avoranti stazionano gli oggetti con cui si fregiano e storie: i grandi fogli, a vaschettadei colori, il pennelodi pelid’animale ed il briccodel caffè, una spugnetta, il focolare e i temperini. Celettadopo celetta, mestierantedopo mestierante, miniaturadopo miniatura si fa Storia ovvero: si fanno storie. Perché ’operadi Pamuk, "Decameron" moderno, è partituradi racconti che s’accumulano, si sommano, fanno tutti narrazionedisponendosidi seguito. Poco importa che, fuori ed oltre, vi sia ’antica Istanbul, a sua notte, e sue oscuritàda ama e morte. Ciò che importa è il procederedi pagina, è il procederedi storie. Solo così s’avvede, per evocazione parolaia, un palazzo, una piazza, una strada; il pane con e mandorle, ’uva suttanina, idatterid’Arabia; o scialedi veluto, e vesti tutte argento, a cornucopiadei tessuti. Solo così i vicoli, i rumori, e figure che parlano e, parlando, si raccontano. Pamuk rende, in tal maniera, il presunto ibrodel Sultano il suo effettivo ibro: Storia che si compone, celettadopo celetta,di storie.