La ruggine divora il cancello d'ingresso mentre le ombre si allungano sui pavimenti in cotto ormai sconnessi.
Nino Savarese osserva le generazioni che si susseguono tra le mura di un feudo siciliano, dove la storia collettiva si frantuma nei destini dei singoli abitanti.
L'architettura di Rossomanno poggia sul peso delle stagioni che incidono i volti degli uomini e la pietra stessa della masseria, rendendo lo scorrere degli anni l'unico vero artefice del cambiamento. Le mura scrostate testimoniando la decadenza del latifondo siciliano attraverso il lavoro dei contadini e le ambizioni dei proprietari che, uno dopo l'altro, si arrendono alla fatica quotidiana e all'usura degli oggetti domestici.
Tutto cade.
Il respiro delle terre isolate avvolge ogni gesto, trasformando l'osservazione minuta in una cronaca generazionale del disfacimento che prelude alla definitiva alterazione del paesaggio e della memoria umana in quel lembo di Sicilia destinato all'oblio.
Le stanze vuote diventano il palcoscenico in cui le ambizioni private si scontrano con il logorio inesorabile di mura e tradizioni che perdono consistenza sotto il sole feroce dell'isola.
Un silenzio polveroso si posa sugli arredi lasciati a marcire nell'attesa di un padrone mai tornato.
Per chi è
✔ Lettori di narrativa regionalista del Novecento.
✔ Chi segue la letteratura dei cicli feudali siciliani.
Perché è diverso
L'opera eleva il trascorrere del tempo a vero e proprio motore dell'azione, relegando gli eventi storici a semplici riverberi sulla vita materiale. La struttura narrativa rinuncia alla centralità dell'individuo per privilegiare l'erosione lenta e costante dei luoghi, costruendo un affresco in cui le cose inanimate diventano i testimoni più durevoli dei mutamenti sociali.
Dettagli Bibliografici
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