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Memoriale

di Paolo Volponi edito da Einaudi, 1991

Informazioni bibliografiche del Libro

 

Nel 1962 Paolo Volponi poteva far narrativa lunga cinquecento pagine ed oltre e, nelle cinquecento pagine ed oltre, raccontare la degradazione moderna d’un inetto qualunque: Albino riceve il suo ruolo, la sua mansione, il suo contratto con regolare compenso ed entra nel gran capannone ventrale di fabbrica: «Aspettavo soprattutto di entrare nel corpo della fabbrica, di arrivare di fronte alle macchine, alla bocca del rumore». Sopraggiunto sul posto ecco l’irreversibile trasformazione meccanica, per sé e per gli altri: «chi con una spalla più alta, chi più bassa, chi piegato, chi diritto: non c’è nessuno che non sia un pezzo della fabbrica». I pezzi, appunto: l’uomo diventa i pezzi che produce nel tempo che lavora: «Tre pezzi due minuti. Novanta all’ora. Oltre mille al giorno. Per ogni giorno. Il lavoro pesa. Anche la macchina pesa. I pezzi da fresare danno poi un senso di fastidio. Quanti erano: ognuno uguale all’altro, irriconoscibili; quale sarebbe stato il primo e quale l’ultimo e perché?». Albino finirà matto, altrove dal cementale d’industria: «La fabbrica è chiusa, di ferro: dentro passa il tempo dalle sette alle diciannove. La fabbrica è costruita per la velocità, per battere il tempo. Davanti non si fermerà nessuno, solo chi starà male o chi vi lavorerà o chi non avrà lavoro. Ma di ciò di cui non si può parlare si deve tacere». Nel 1962, così poetva raccontarsi la fabbrica.

Recensione Unilibro a cura di Alex Toppi

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Le Recensioni degli Utenti Unilibro
"Memoriale"
La fabbrica
Alex Toppi, 2012-07-06
4

Nel 1962 Paolo Volponi poteva far narrativa lunga cinquecento pagine ed oltre e, nelle cinquecento pagine ed oltre, raccontare la degradazione moderna d’un inetto qualunque: Albino riceve il suo ruolo, la sua mansione, il suo contratto con regolare compenso ed entra nel gran capannone ventrale di fabbrica: «Aspettavo soprattutto di entrare nel corpo della fabbrica, di arrivare di fronte alle macchine, alla bocca del rumore». Sopraggiunto sul posto ecco l’irreversibile trasformazione meccanica, per sé e per gli altri: «chi con una spalla più alta, chi più bassa, chi piegato, chi diritto: non c’è nessuno che non sia un pezzo della fabbrica». I pezzi, appunto: l’uomo diventa i pezzi che produce nel tempo che lavora: «Tre pezzi due minuti. Novanta all’ora. Oltre mille al giorno. Per ogni giorno. Il lavoro pesa. Anche la macchina pesa. I pezzi da fresare danno poi un senso di fastidio. Quanti erano: ognuno uguale all’altro, irriconoscibili; quale sarebbe stato il primo e quale l’ultimo e perché?». Albino finirà matto, altrove dal cementale d’industria: «La fabbrica è chiusa, di ferro: dentro passa il tempo dalle sette alle diciannove. La fabbrica è costruita per la velocità, per battere il tempo. Davanti non si fermerà nessuno, solo chi starà male o chi vi lavorerà o chi non avrà lavoro. Ma di ciò di cui non si può parlare si deve tacere». Nel 1962, così poetva raccontarsi la fabbrica.

"Memoriale"
La fabbrica, l’uomo
Alex Toppi, 2012-06-29
4

E’ una vocazione esistenziale la condizione d’operaio descritta da Volponi: una fabbricazione identitaria per impiego di lavoro. Si cede carne, sudore, sangue per ricevere ruolo, matricola, compenso. Si vuole un senso: "Sognavo di lavorare, di dover compiere un lavoro molto impegnativo costruendo un complesso meccanismo. Aspettavo sopratutto di entrare nel corpo della fabbrica, di arrivare di fronte alle macchine, alla bocca del rumore; di mettere in atto il tentativo di una vita nuova". "Entrare nel corpo della fabbrica": è una penetrazione placida, lenta, irreversibile, un ritorno al caldo d’utero, ad una placenta protettiva, ad una pelle oltrepelle in grado di difendere da ogni spigolo del mondo. Adagiarsi, assumere una forma, comportarsi di conseguenza: "chi con una spalla più alta, chi più bassa, chi piegato, chi diritto, tutti con le mani avnti come a scaldarle". Come innanzi a un fuoco che sa di madre, pane, casa e che si rivela marchio, ustione, galera accesa. Inutile cercare oltre: nulla c’è che "non sia pezzo della fabbrica". Comprendere d’esserne ingranaggio. D’aver adattato moto e battito al ticchettio che gocciola dall’orologio appeso al muro. Il fiato addosso per ricordarsi vivo. LO sguardo bianco, il tatto assente. Il gesto puramente involontario. Tre pezzi due minuti. Novanta all’ora. Oltre mille al giorno. Per ogni giorno: "il lavro pesa. Anche la macchina pesa. I pezzi da fresare poi danno un senso di spavento e dopo di fastidio. Quanti erano: ognuno uguale all’altro, irriconoscibili; quale sarebbe stato il primo e quale l’ultimo e perchè? Quante volte avrei dovuto fare avanti e indietro, innestarli, avviare il motore, chinarmi, soffiare, rimetterli a posto?". Ogni attimo, respiro, parola un’abitudine. Ogni rumore, ogni visione un’ abitudine. L’assenza del pensiero un’abitudine."La fabbrica è chiusa, di ferro: dentro passa il tempo dalle sette alle diciannove; ma tutto è fermo come tutto è di ferro". Subire e gridare, pregare e cedere, lavorare e ammattire. MOrire. Per noi leggere