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eBooks di CD MP3 con argomento Politica di Formato Pdf

EBOOK   9788874629336

Vita, politica, contingenza. E-book. Formato PDF Aa.Vv.   -  Quodlibet, 2016  - 

L'obiettivo dei saggi raccolti in questo libro è di investigare nelle loro interazioni reciproche tre concetti fondamentali dell'esistenza umana: vita, politica, contingenza. Si tratta, per molti aspetti, delle dimensioni basilari della nostra esperienza storica e non è forse eccessivo ipotizzare che tutte le incertezze, le opacità e le crisi che affliggono questa epoca dipendano dal modo, assolutamente nuovo, in cui le tre dimensioni si intrecciano o confliggono tra loro. Tutto questo apre una miriade di interrogativi, a stento contenibili nella comune etichetta della biopolitica. È possibile, per cominciare, immaginare una scena in cui sia in gioco la vita come tale, libera dal ricatto della sua cattura in una gabbia di concetti formalizzati? E qual è il nesso tra l'assetto istituzionale e le forme di vita cui la politica vorrebbe dare voce? Il pensiero di una contingenza indefinita è destinato inevitabilmente a precipitare nel caos e nell'arbitrio o può, al contrario, portare alla luce un filo di senso aperto alla pluralità indistinta dei possibili? Ed è sufficiente sostituire all'essere il divenire per liberarci della necessità di una ontologia e, con essa, dell'ipoteca di un'arché? Su questi interrogativi si soffermano i saggi raccolti nel volume, sforzandosi di esplorare un territorio condiviso, pur muovendo da prospettive e angolature spesso marcatamente differenti.

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EBOOK   9791254832622

Aspenia 2/2023: Troppi o troppo pochi: Stati Uniti e Cina. E-book. Formato PDF Aa.Vv.   -  Ilsole24ore Publishing And Digital, 2023  - 

Aspenia, la rivista trimestrale di Aspen Institute Italia diretta da Marta Dassù, è stata fondata nel 1995 e, dal 2002, è pubblicata da Il Sole 24 Ore. Al numero in uscita a fine giugno “Popolazione e potere” hanno contribuito tra gli altri Claudio Descalzi, Nicholas Eberstadt, Alessandro Rosina, Gian Carlo Blangiardo, Marina Valensise, Carlo Jean, John Zogby, Pramit Pal Chaudhuri, Adam Tooze, Lapo Pistelli, Andrew Spannaus, Stefano Cingolani. In un mondo che oggi supera gli 8 miliardi di persone torna sempre di attualità il grande dibattito:“ siamo già troppi - viste le risorse del pianeta e l’urgenza dei problemi ambientali - o siamo troppo pochi?” Il vantaggio demografico degli Stati Uniti, parte integrante della costruzione della superpotenza americana, comincia parzialmente a ridursi; mentre un vero e proprio inverno demografico investe ormai non solo i casi tradizionali di Italia e Giappone, ma anche la Cina, soppiantata dall’India come paese più popoloso al mondo, e la Russia, dove il declino delle risorse umane rafforza lo scarto esistente fra la realtà dei numeri e le illusioni imperiali di Vladimir Putin. La riduzione delle nascite riguarda ormai paesi “inattesi”, come Brasile, Messico e Thailandia. A ritmi più ridotti di un tempo, continuerà invece a crescere una parte del Medio Oriente e dell’Asia meridionale. La nuova geografia della demografia avrà nel tempo implicazioni molto rilevanti per gli equilibri economici globali, i flussi migratori e la sostenibilità dei sistemi di welfare. Demografia e democrazia condividono ovviamente una parte dell’etimo – appunto, quello relativo al “popolo”. La condivisione è in realtà anche più profonda, perché in entrambi i settori è fondamentale il processo della quantificazione delle persone in quanto cittadini: nel primo caso a fini di conoscenza e pianificazione, nel secondo caso a fini di espressione del grado di consenso politico e costruzione di maggioranze. I sondaggi e le analisi statistiche sulla composizione dell’elettorato sono proprio il punto di incontro tra diritto di voto, istituzioni rappresentative e studio rigoroso della popolazione. Ecco allora che la demografia “classica”, quella raffigurata e quantificata dai censimenti, incontra i fenomeni globali; diventa così ancora più dinamica, incorporando i flussi migratori ma anche le influenze indirette dei mercati del lavoro e delle filiere produttive in luoghi fisicamente lontani: i grandi o perfino i piccoli squilibri nell’andamento della popolazione, delle nascite, dell’invecchiamento, degli spostamenti geografici si traducono in rapporti di potere, di scambio, di competizione e cooperazione. Una fotografia globale sulle politiche per la natalità offre un quadro “misto”: l’ultimo rapporto ONU sul tema (“World Population Policies 2021 – Policies related to fertility”) sottolinea che una maggioranza di paesi sta tuttora puntando a ridurre i tassi di crescita della popolazione, ma il numero di governi che tentano di aumentare la fertilità è triplicato dalla metà degli anni Settanta. Altri studi recenti dimostrano che è comunque difficile invertire le tendenze in atto, come indicano in particolare i casi (con i tassi di natalità tra i più bassi al mondo) di Giappone e Corea del Sud, a fronte di grandi risorse investite per incentivare le nascite. Il punto è che davvero non ci sono ricette demografiche buone per tutte le stagioni, per tutti i luoghi e per tutti i livelli di benessere: molto, moltissimo, dipende dal contesto economico e istituzionale. Nelle quindici principali economie del mondo, per livello di PIL, il tasso di fecondità è oggi inferiore al tasso di sostituzione. Questo pattern include Cina e India, che assommano più di un terzo della popolazione mondiale. Ne risulteranno difficoltà evidenti per le nuove generazioni, in un mondo in cui la quota di popolazione anziana aumenterà progressivamente. Sviluppo economico e riduzione della fecondità si sono spesso combinati: questo varrà anche per l’Africa, Le politiche pro-natalità ben mirate sono importanti per riequilibrare il rapporto fra generazioni, ma in vari casi hanno dato pochi risultati. Alla fine, quindi, è probabile che il “baby bust” sia destinato a continuare. E che una risposta alla rivoluzione demografica possa venire dalla rivoluzione tecnologica. Se, come sembra, questo secolo sarà fortemente influenzato da una doppia rivoluzione – demografica e tecnologica – i paesi capaci di generare, educare o attrarre le risorse umane migliori saranno anche quelli destinati a prevalere.

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EBOOK   9791254832615

Aspenia n. 100: Noi Italiani. E-book. Formato PDF Aa.Vv.   -  Ilsole24ore Publishing And Digital, 2023  - 

Aspenia, la rivista trimestrale di Aspen Institute Italia diretta da Marta Dassù, raggiunge il traguardo del numero 100. È stata fondata nel 1995 e, dal 2002, è pubblicata da Il Sole 24 Ore. “Una rivista di discussione transatlantica – la definisce il Presidente Giulio Tremonti – che rappresenta un luogo di incontro tra mondo delle imprese e altri mondi”. Secondo il suo fondatore Giuliano Amato “Aspenia è una rivista “responsabile” che è riuscita a stare dalla parte della storia e della sua velocità. Nessuno dei grandi temi degli ultimi anni è assente dalle sue pagine”. Come spiega Marta Dassù “Aspenia ha anticipato spesso i grandi mutamenti della politica e dell’economia internazionale e interpretato la trasformazione del sistema occidentale negli ultimi decenni”. Il numero 100 della rivista - in uscita a fine marzo- è interamente dedicato all’Italia o meglio a “Noi Italiani”, quasi una sorta di “rovesciamento” della sintesi attribuita (forse erroneamente) a Massimo D’Azeglio, per cui al momento dell’Unità si era fatta l’Italia, ma andavano a quel punto fatti gli italiani. Si è piuttosto di fronte a un circolo vizioso, per cui i limiti della società civile sono legati a doppio filo con quelli del sistema paese? E, allora, come si ricompone il “puzzle Italia” ? Hanno contribuito al numero 100 di Aspenia, tra gli altri, Giuliano Amato, Giulio Tremonti, Massimo Livi Bacci, Lucio Caracciolo, Michele Valensise, Mario Del Pero, Giulio Sapelli, Antonio Calabrò, Stefano Cingolani, Maria Latella, Marina Valensise, Gianni Riotta, Federico Rampini e Carlo Jean. L’Italia si porta dietro dalla sua stessa nascita come Stato, con il Regno di Sardegna, i Savoia e l’opera di unificazione guidata da Cavour l’annosa questione del rapporto tra rango, ruolo e presenza stabile nei maggiori consessi internazionali. Cavour riuscì a creare, tra i “paesi di prim’ordine” un’accondiscendenza adeguata alle esigenze di un “paese di second’ordine” – la futura Italia. La domanda da porre oggi – spiega nell’editoriale di apertura Giuliano Amato – è “se siamo ancora un paese di second’ordine”. Certamente abbiamo avuto degli sprazzi da paese di prim’ordine, come dimostra la storia dell’integrazione europea: quattro paesi con eguale diritto di voto in Consiglio – Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia. L’unione monetaria nasce, così come Schengen, da un’intesa franco-tedesca a cui l’Italia si è aggregata con un sostegno attivo. Inoltre, dall’Atto unico di Milano nel 1986 ha preso il via il completamento del mercato unico. E nel 1992 l’Italia ha dato il suo assenso al fondo europeo di coesione, passando così da beneficiario netto a contributore netto. Oggi, con l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, l’Italia assume un ruolo ancora più strategico. Nell’ottica di quella che Janet Yellen, ha definito “globalization among friends”, si può pensare a rilanciare il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti che si arenò nel 2016 e perseguirlo in modo selettivo, per quei prodotti e servizi in cui si mira ad una vera autonomia strategica dalle supply chain globali. L’Italia può diventare l’ago della bilancia in ambito di Consiglio europeo, e questo permetterebbe di compiere progressi verso una politica industriale europea. Dare una valutazione oggettiva dell’Italia come sistema-paese può disorientare l’osservatore: esistono evidenti punti di debolezza, antiche questioni culturali irrisolte, carenze istituzionali. Eppure, ci sono anche nicchie di eccellenza e una tenuta complessiva che emerge soprattutto nei momenti di crisi. C’è quindi da risolvere un “puzzle Italia”. Partendo da una consapevolezza: l’Italia è oggi – come sostiene Giulio Tremonti – “l’unico paese in Europa fortemente duale, ovvero caratterizzato, al suo interno, da una enorme differenza tra Nord e Sud. Negli anni Novanta, anche per colmare tale divario, si è innescato il meccanismo perverso del debito pubblico trasformando così la democrazia italiana in una malata ‘democrazia del deficit’. Dal 1992, anche per effetto del cosiddetto vincolo esterno, la tendenza alla crescita del debito pubblico è stata invertita ma, nonostante tutto, lo stock abnorme del debito pubblico è rimasto, così condizionando tra l’altro anche la posizione internazionale dell’Italia”. Inoltre “l’intero perimetro della pubblica amministrazione - prosegue Tremonti - è stato trasformato in un gigantesco self-service e la nuova architettura istituzionale è stata congiuntamente basata sulla doppia formula: decentramento più federalismo. Non l’uno in alternativa all’altro, ma – caso unico nel mondo occidentale – tutti e due insieme”. Contestualmente, nel crescente benessere hanno preso forma, soprattutto in Italia, il pensiero debole, il relativismo, il sincretismo, il presentismo, un populismo che si faceva sempre più leggero, nella foresta delle contraddizioni. Secondo il Presidente di Aspen Institute Italia la divisione prevale sull’unione, lo smarrimento e la paura prevalgono sulla speranza, la rassegnazione sull’orgoglio, l’urlo sulla voce, l’irrazionale sul razionale, i desideri prevalgono tanto sui bisogni quanto sui doveri, la propaganda sulla realtà e l’anarchia sulla gerarchia. “Non siamo - sostiene Tremonti - davanti alla fine della storia, ma davanti al principio possibile di una nuova storia. Questo è il fine cui si può e si deve mirare e, in una logica non di sterile lotta, ma di impegno per il bene comune, condividendo una visione. Non tutto ciò che è essenziale e morale è nel PIL, ma è nell’orgoglio e nel sentimento di una partecipazione collettiva basata sulla nostra identità, risalendo dalle origini del romanticismo di Mazzini e passando dal pragmatismo di Cavour”.

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