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  • 9791259903631 Canto e disincanto
Come cavalli che dormono in piedi libro
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LIBRO   9788807888106

Come cavalli che dormono in piedi Rumiz Paolo   -  Feltrinelli, 2016  -  Universale Economica

Nell'agosto del 1914, più di centomila trentini e giuliani vanno a combattere per l'Impero austroungarico, di cui sono ancora sudditi. Muovono verso il fronte russo quando ancora ci si illude che "prima che le foglie cadano" il conflitto sarà finito. Invece non finisce. E quando come un'epidemia si propaga in tutta Europa, il fronte orientale scivola nell'oblio, schiacciato dall'epopea di Verdun e del Piave. Ma soprattutto sembra essere cassato, censurato dal presente e dal centenario della guerra mondiale, come se a quel fronte e a quei soldati fosse negato lo spessore monumentale della memoria. Paolo Rumiz comincia da lì, da quella rimozione e da un nonno in montura austroungarica. E da lì continua in forma di viaggio verso la Galizia, la terra di Bruno Schulz e Joseph Roth, mitica frontiera dell'Impero austroungarico, oggi compresa fra Polonia e Ucraina. Alla celebrazione Rumiz contrappone l'evocazione di quelle figure ancestrali, in un'omerica discesa nell'Ade, con un rito che consuma libagioni e accende di piccole luci prati e foreste, e attende risposta e respira pietà - la compassione che lega finalmente in una sola voce il silenzio di Redipuglia ai bisbigli dei cimiteri galiziani coperti di mirtilli. L'Europa è lì, sembra suggerire l'autore, in quella riconciliazione con i morti che sono i veri vivi, gli unici depositari di senso di un'unione che già allora poteva nascere e oggi forse non è ancora cominciata.

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LIBRO   9788807031045

Come cavalli che dormono in piedi Rumiz Paolo   -  Feltrinelli, 2014  -  I Narratori

Nell'agosto del 1914, più di centomila trentini e giuliani vanno a combattere per l'Impero austroungarico, di cui sono ancora sudditi. Muovono verso il fronte russo quando ancora ci si illude che "prima che le foglie cadano" il conflitto sarà finito. Invece non finisce. E quando come un'epidemia si propaga in tutta Europa, il fronte orientale scivola nell'oblio, schiacciato dall'epopea di Verdun e del Piave. Ma soprattutto sembra essere cassato, censurato dal presente e dal centenario della guerra mondiale, come se a quel fronte e a quei soldati fosse negato lo spessore monumentale della memoria. Paolo Rumiz comincia da lì, da quella rimozione e da un nonno in montura austroungarica. E da lì continua in forma di viaggio verso la Galizia, la terra di Bruno Schulz e Joseph Roth, mitica frontiera dell'Impero austroungarico, oggi compresa fra Polonia e Ucraina. Alla celebrazione Rumiz contrappone l'evocazione di quelle figure ancestrali, in un'omerica discesa nell'Ade, con un rito che consuma libagioni e accende di piccole luci prati e foreste, e attende risposta e respira pietà - la compassione che lega finalmente in una sola voce il silenzio di Redipuglia ai bisbigli dei cimiteri galiziani coperti di mirtilli. L'Europa è lì, sembra suggerire l'autore, in quella riconciliazione con i morti che sono i veri vivi, gli unici depositari di senso di un'unione che già allora poteva nascere e oggi forse non è ancora cominciata.

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LIBRO   9788864661599

Uomini di creta. I diari di un soldato novarese nella grande guerra Romiti Giancarlo   -  Helicon, 2012

"'Uomini di creta', che porta come sottotitolo esplicativo 'I diari di un soldato novarese nella grande guerra', è insieme un libro testimoniale e uno studio critico-testuale di grande fascinazione e di sicura intelligenza. L'autore, Giancarlo Romiti, partendo dai documenti presenti nell'Archivio Ligure della Scrittura Popolare dell'Università di Genova, ha rintracciato altri materiali di un contadino-soldato impegnato come infermiere e barelliere nella prima guerra mondiale sul fronte del Carso. Si tratta di Bartolomeo Baccalaro, classe 1894, di Fara Novarese, che in cinque taccuini (due dei quali scoperti dall'autore) e in un gruppo di lettere testimonia la propria avventura umana tra il 1915 e il 1919, riconfermando quanto in quella drammatica evenienza sia stata indispensabile, anche per persone con grado di istruzione minimo, la necessità della scrittura intesa - insieme - come strumento testimoniale e riflessivo e come mezzo - l'unico forse - per opporre un minimo ma importante diaframma all'atrocità della guerra, a quel sentimento condiviso di precarietà ingigantito ed estremizzato dagli eventi, dal quotidiano spettacolo della morte e della distruzione." (Giancarlo Quiriconi)

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