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Mutamento del giudice penale e rinnovazione del dibattimento Renon Paolo - Giappichelli, 2008 - Procedura Penale. Studi
Il problema delle conseguenze derivanti dall'ipotesi di mutamento della persona fìsica del giudice nel corso del dibattimento è stato, in questi anni, oggetto di una non sopita querelle, dai toni spesso accessi, che ha visto impegnate sia la giurisprudenza (anche attraverso l'intervento dei suoi massimi organismi) sia la dottrina. In particolare, l'elaborazione giurisprudenziale, sollecitata a misurarsi su un tema dalle così rilevanti implicazioni sistematiche e dalle altrettanto evidenti ricadute pratiche, ha progressivamente costruito - intorno ad un dato normativo alquanto lacunoso, quale quello rappresentato dall'art. 525 comma 2 c.p.p. - un reticolo di regole non scritte, impostate sull'assunto per cui nel caso di variazione nella composizione fisica dell'organo giurisdizionale si debba procedere alla rinnovazione dell'intera fase dibattimentale. Ma l'aspetto più controverso rimane quello legato alle modalità dell'acquisizione della prova nel contesto del dibattimento rinnovato, in quanto investe sia la questione della utilizzabilità dei verbali degli atti compiuti avanti al giudice poi sostituito sia quella della nuova escussione delle fonti di prova già esaminate. A fronte degli esiti di tale percorso interpretativo, è sembrato necessario tornare ad interrogarsi sul valore della garanzia dell'immutabilità del giudice nel contesto del giudizio penale di primo grado.
Il diritto di difesa dell'ente in fase cautelare Renzetti Silvia - Giappichelli, 2017 - Procedura Penale. Studi
A partire dal 2001, il processo penale si misura con una figura di imputato del tutto inedita: l'ente collettivo, di cui è chiamato ad accertare la responsabilità per gli illeciti amministrativi dipendenti da taluni reati commessi al suo interno, così come delineata dal d.lgs. n. 231 del 2001. Una scelta di campo, quella di calare la nuova e delicata materia nello scenario processuale penale, animata dall'intento di sfruttarne gli incisivi strumenti d'indagine, ma soprattutto le ineguagliabili garanzie. Ne deriva un processo caratterizzato da una sua compiuta regolamentazione, scaturente dall'intreccio tra la disciplina speciale appositamente dettata dal legislatore delegato e la normativa codicistica da essa espressamente richiamata. Un processo che, a giudicare dall'applicazione pratica di questi anni, appare proteso in uno sforzo di adattamento alla nuova realtà, rivelatosi non privo di insidie. Di qui l'idea di uno studio teso ad esplorare quel percorso di adattamento, riguardato attraverso lo scenario della fase cautelare: momento cruciale nell'architettura processuale costruita per i soggetti collettivi. L'indagine si snoda lungo la linea guida di una convinzione di fondo: il riconoscimento in capo all'ente delle garanzie processuali di matrice costituzionale, quale effetto dalla sede prescelta per l'accertamento della responsabilità collettiva, a pRescindere dalla natura che si ritenga di doverle attribuire. Alla luce di tale approccio, si è cercato di imprimere agli istituti propri della fase cautelare un volto che consenta di mantenerli entro una cornice di compatibilità con detti principi, primo fra tutti la presunzione di innocenza, con particolare riferimento alla valutazione dei presupposti delle misure cautelari interdittive e, ancor più, alla dinamica applicativa, ove si staglia il problema del peculiare regime di distribuzione dell'onere della prova in ordine agli elementi costitutivi della responsabilità degli enti. La sfida per l'interprete è, dunque, quella di sondare la praticabilità di interpretazioni costituzionalmente e convenzionalmente orientate delle disposizioni del d.lgs. n. 231 del 2001 in materia cautelare, preservandone la compatibilità rispetto alle categorie classiche del processo penale.