Il sibilo delle carte scivola sul legno unto mentre Cribol incassa l'ennesima sconfitta, scandendo quel nome contratto tra la fede e l'abisso.
Un giovane affabulatore di paese trascina la propria esistenza tra affari mercantili e una sfrenata sensualità, scontrandosi con il dogmatico rigore di un parroco deciso a domare il suo spirito irrequieto.
L'osteria funge da fulcro per le ambizioni di un uomo che trasforma ogni tavolo da gioco in un palcoscenico per la sua arte di seduttore impenitente.
Tutto brucia.
Isabella osserva in silenzio la gestione condivisa di chincaglierie e pompe di benzina, accettando che il vincolo coniugale rimanga un puro patto commerciale finché il decoro resta intatto, ma il fragile equilibrio crolla quando le certezze fisiche del protagonista iniziano a vacillare nelle nebbie dei boschi.
Il richiamo di corpi acerbi lungo i ruscelli diventa la sua ricerca di virilità perduta, un'ossessione che non sfugge all'attenzione di don Fulvio, figura chiave in questo scontro tra pulsioni opposte.
L'ardore del prete si trasforma in una caccia spietata, tentando di soffocare la sfrontata libertà di Cribol attraverso una sorveglianza che scava nel profondo del peccato e della convenzione sociale, trasformando ogni incontro nei campi in un teatro di tensioni morali irrisolte.
Don Fulvio stringe la presa spirituale proprio mentre Cribol avverte il gelo definitivo di un mito che si sgretola nel fango.
Per chi è
✔ Lettori di letteratura veneta del Novecento.
✔ Chi apprezza le narrazioni di provincia mitopoietica.
Perché è diverso
Il testo scardina i canoni della narrazione provinciale elevando il protagonista a figura archetipica, sospesa tra il sacro e il demoniaco. La struttura rompe il consueto realismo rurale integrando dinamiche commerciali con un erotismo ancestrale e selvaggio.
Dettagli Bibliografici
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