Il fumo denso dei falò solleva cenere scura sui campi coltivati, mentre la rabbia dei contadini irrompe nelle piazze siciliane.
Tra i ferventi moti dei Fasci del 1893, una galleria di figure emblematiche attraversa il fallimento degli ideali risorgimentali in una terra divisa tra retaggi borbonici e l'avanzata della borghesia capitalista.
Don Ippolito di Colimbetra osserva la propria decadenza nobiliare tra le mura polverose di una dimora che rifiuta il mutamento, mentre Roberto Auriti, segnato dalle battaglie garibaldine, consuma i propri giorni in una stasi priva di senso.
Il sogno svanisce.
La disillusione si intreccia alla ferocia degli scontri di classe in una Sicilia dove don Flaminio Salvo lucra sui detriti di un regime liberale ormai svuotato di morale. Gerlando di Colimbetra incarna la frattura insanabile di una discendenza che rigetta l'eredità dei padri, scegliendo l'esilio pur di recidere il legame con la conservazione reazionaria di un mondo che ha tradito le promesse del passato.
La narrazione intreccia la condizione socio-politica dei Fasci siciliani con il disfacimento interiore dei protagonisti, trasformando ogni velleità di riscatto in una crisi generazionale post-risorgimentale capace di travolgere le convinzioni di una classe dirigente ormai cieca dinanzi alla propria fine.
L'eco degli spari si spegne nel silenzio greve di una tenuta abbandonata, lasciando solo le ombre dei padri a sorvegliare il vuoto dei nuovi ideali.
Per chi è
✔ Lettori di narrativa storica di fine Ottocento.
✔ Appassionati di crudo realismo regionale siciliano.
Perché è diverso
L'opera si distacca dalla cronaca per fondere il dramma collettivo con una disamina filosofica sulla perdita di significato della storia patria. La struttura corale permette di osservare la fine di un'epoca attraverso prospettive opposte, trasformando le tensioni sociali in una tragedia esistenziale inesorabile.
Dettagli Bibliografici
