Il crepitio dell’olio che ribolle nel ventre di terracotta interrotta dal rumore sordo di una crepa che si allarga.
Don Lollò Zirafa scopre la propria giara di pregio squarciata nel cuore della campagna siciliana, dando inizio a un groviglio di pretese legali e ostinazione contadina che cristallizza l'assurdo.
La giara panciuta giace al centro del cortile, diventando il perno immobile attorno a cui ruotano le invettive del proprietario e l'astuzia di Zi’ Dima, chiamato a riparare il coccio. Le mani del conciabrocche si muovono con sapienza antica, incastrando tasselli di terracotta mentre l'aria si fa pesante sotto il sole di Sicilia, carica di una contesa legale grottesca che trasforma un oggetto domestico in un tribunale a cielo aperto. Il mastice asciuga, ma intrappola l'uomo dentro il vaso, rendendolo prigioniero della sua stessa opera.
L'uomo resta intrappolato.
Zirafa osserva la scena con un misto di rabbia e sbigottimento, consapevole che ogni pretesa di autorità si infrange contro la stasi forzata di quel corpo incastrato. Le gerarchie sociali scricchiolano in questo teatro dell'assurdo siciliano dove l'identità si perde tra le fessure di un oggetto rotto, portando i protagonisti a confrontarsi con una condizione di pura esistenza vegetativa, priva di memoria e di nome, sospesa nel silenzio assoluto di una campagna che ignora le loro misere rivendicazioni.
Zi’ Dima siede immobile tra i cocci, diventando parte integrante della giara che ha preteso di rimettere in sesto.
Per chi è
✔ Lettori di narrativa breve del primo Novecento.
✔ Chi esplora il realismo psicologico europeo.
Perché è diverso
La narrazione scardina la logica causale trasformando un banale oggetto di uso quotidiano in uno strumento di tortura esistenziale. La struttura costruisce una prigionia claustrofobica che smonta le gerarchie sociali attraverso il paradosso del corpo imprigionato nella propria creazione.
Dettagli Bibliografici
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