Un uomo dal fiore in bocca osserva il viavai stordito dei passanti in una stazione ferroviaria notturna.
Un malato terminale, tormentato dalla consapevolezza della fine imminente, intreccia un dialogo serrato con un forestiero, cercando di catturare la vita che scivola via.
La stazione deserta diventa il palcoscenico di un'ossessione viscerale, dove il protagonista scruta nei gesti comuni degli estranei la vitalità che gli è ormai negata per sempre.
Tutto finisce qui.
La malattia non è più un dato medico, ma una presenza che lo obbliga a un esercizio di disperata analisi della quotidianità, trasformando ogni piccolo dettaglio in una reliquia da trattenere.
In questo incontro di solitudini notturne, il dolore individuale si specchia nella futilità dei rituali altrui, mentre l'ombra del male divora il presente.
Il fiore maligno sulla sua bocca resta l'unico confine invalicabile tra la normalità di un treno in partenza e l'abisso che lo attende nel buio.
Per chi è
✔ Lettori di narrativa psicologica del primo Novecento.
✔ Estimatori del teatro dell'assurdo e dell'esistenzialismo.
Perché è diverso
La narrazione scardina la distinzione tra cronaca e percezione soggettiva, focalizzandosi interamente sulla frammentazione della realtà vissuta da chi conosce il proprio limite temporale. L'ambientazione urbana e notturna amplifica il senso di alienazione, rendendo l'oggetto fisico del male il perno attorno cui ruota l'intera struttura dialogica.
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