Il principe Filippo di Santo Stefano osserva i palazzi secolari sgretolarsi sotto l'onda di un'urbanizzazione che non riconosce più come propria.
Nel cuore di una capitale in metamorfosi tra il 1942 e il 1950, un nobile decaduto e il suo servo ciociaro si rifugiano in un anacronismo ostinato.
Il salotto del palazzo nobiliare conserva polvere dorata e ricordi di un rango ormai privo di peso politico, mentre fuori le mura si accumulano le macerie dell'occupazione e il cemento avido della ricostruzione. Filippo e Checco camminano tra le strade sventrate della città cercando una coerenza che il mondo esterno ha già abbandonato per abbracciare un nuovo pragmatismo borghese. Svanisce ogni antico privilegio. L'aristocrazia papalina si scontra con la frenesia di una borghesia conformista, creando una frattura insanabile tra i fasti decadenti del passato e la modernità informe. Attraverso la resistenza passiva dell'aristocrazia, il principe tenta di ancorare la propria esistenza a gesti rituali, consapevole che il loro intero universo è destinato a un'inevitabile dissoluzione. Si muovono in un teatro di ombre, prigionieri della loro stessa lealtà in un'epoca che esige, invece, un rapido adattamento a Roma nel dopoguerra, dove la miseria della plebe si fonde nel disincanto collettivo.
I passi del principe risuonano stanchi sul selciato, seguiti dall'ombra fedele di un uomo che non conosce altro padrone che il vuoto del tempo.
Per chi è
✔ Lettori di narrativa italiana del Novecento.
✔ Appassionati di cronache romane del dopoguerra.
Perché è diverso
L'opera si distingue per il dualismo tra l'aristocrazia decadente e la plebe, esplorato attraverso un prisma ironico che rifugge la nostalgia in favore di un'analisi sociologica affilata. La narrazione costruisce un affresco storico basato sull'esperienza diretta dell'autore, trasformando la topografia urbana in un riflesso delle trasformazioni sociali del periodo.
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